L'araldica socialista

In geografia, ed in politica, sono chiamati Paesi Ex-Comunisti quegli stati dell’Europa che in passato hanno fatto parte della cosiddetta orbita sovietica (impropriamente detta anche blocco sovietico).

Si tratta infatti di quei paesi che erano legati all’Unione Sovietica dal Patto di Varsavia, l’analogo est europeo della NATO. La netta separazione che i due blocchi creavano tra i paesi dell’europa occidentale e orientale venne definita cortina di ferro da Churchill. Dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989 il patto di Varsavia cominciò a sfaldarsi e gli Stati del blocco ad allontanarsi dall’U.R.S.S., aprendosi ai modelli economici e politici occidentali (transizione economica), da cui la denominazione “ex comunisti”.

NB La Jugoslavia sebbene fosse un paese comunista non faceva parte del Patto di Varsavia e mantenne sempre una politica distaccata dai vertici di Mosca.

Fonte: Wikipedia, l’enciclopedia libera.

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Per approfondimenti vai a questo articolo su Wikipedia.

Il diagramma figurato, il movimento Isotype e la moderna infografica

Come è noto, vi sono differenti modi di rappresentare graficamente dati statistici o economici, attraverso visualizzazioni più o meno schematiche. Dalla linea continua che corre sulla scala dei valori mediante le coordinate cartesiane dell’istogramma, in cui si raffrontano le variabili de valori in campo. La razionalizzazione dei processi informativi passa attraverso l’uso di alcune categorie chiave, quali la standardizzazione e la tipizzazione. Gli studi più significativi compiuti nei primi decenni del Novecento sulla rappresentazione statistica figurata si devono al sociologo viennese Otto Neurath (1885-1945), fondatore del Wiener Methode der Bildstatistik (Metodologia viennese della statistiche per immagini). Nel 1925 Neurath, insieme al grafico Gerd Arntz, sviluppa un metodo di rappresentazione grafica dei dati statistici in cui di raffrontano le «qualità» e, a partire dagli anni Trenta, amplia internazionalmente il concetto della pedagogia per immagini, fino al movimento Isotype (International System of Typographic Picture Education). Viene così messo a punto definitivamente un orientamento teso a semplificare e rendere comprensibili a tutti complessi sistemi di informazioni. Nel 1934 Neurath e Arntz si stabiliscono in Olanda, dove approfondiscono i loro studi presso il Mundaneum dell’Aja. La moderna infografica (anche nota con termini inglesi “information design”, information graphic o infographic) cioè informazione proiettata in forma più grafica e visuale che testuale pone le basi proprio su questi movimenti e sugli studi dei loro fondatori.

Fonte: Storia del Design Grafico

 

Diagramma figurato
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Infografica
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Fonte: pictures.topspeed.com

Storia del Design Grafico

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La storia del design grafico ha accompagnato la nascita, gli sviluppi e il trionfo della civiltà moderna, caratterizzata da una comunicazione visiva di massa cui esso ha fornito uno dei suoi linguaggi più eloquenti. Non c’è infatti evento, pensiero, atto creativo, informazione o attività produttiva che nel progetto grafico non abbia trovato, e non trovi tuttora, la sua espressione più immediata, attraverso il manifesto, il libro, i periodici, il type design, l’immagine coordinata, il marchio aziendale, l’imballaggio delle merci o l’emblema politico, tutti artefatti ideati e disegnati per guidare il fruitore nella lettura del mondo che lo circonda.
Ripercorrere, come fa questo libro, i due secoli di una storia così avvincente, partendo dall’innovatìva veste editoriale dell’Encyclopédie per arrivare alle soglie della rivoluzione informatica, passando attraverso le grandi stagioni del Liberty, delle avanguardie storiche, dell’Art Déco, del Razionalismo, del Movimento moderno e delle inquietudini postmoderne, fino alle più recenti sperimentazioni in campo tipografico e fotografico, significa tracciare la vicenda di un fondamentale settore della cultura, che dalla fase artigianale degli inizi è divenuto attività professionale e disciplina accademica, ed è sempre più caratterizzato da un fitto intreccio con le contigue esperienze dell’architettura, del design e dell’arte.
Il volume è stato selezionato dalla Giuria del ventesimo Premio Compasso d’Oro ADI.

Autore: Maurizio Vitta, Daniele Baroni
Editore: Longanesi & C.
Data di Pubblicazione: 2003
Pagine: 338
Formato: illustrato

 

Fictional logos

Nel cinema sono spesso comparse aziende, corporazioni, prodotti, compagnie di vario genere; per renderle realistiche agli occhi del pubblico sono state spesso corredate di loghi evocativi ed accattivanti, questi prendono il nome di fictional logos. A seguire una carrellata dei più conosciuti.                                                                                                                                                                            

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L'avventura della stampa

In Occidente, il libro moderno è il prodotto di due rivoluzioni: la prima, all’origine dell’era cristiana, introduce una nuova forma di libro, composto da quaderni (codex), che sostituisce man mano il rotolo (volumen): la seconda, l’invenzione della stampa alla metà del scolo XV, sovverte la tecnica di riproduzione dei testi. Dal 1452-53, Gutenberg produce a Magonza i primi esemplari composti con caratteri mobili di metallo e stampati su carta con l’aiuto di un torchio a mano. La nuova tecnica, che riduce notevolmente il costo della fabbricazione del libro e consente la riproduzione dello stesso testo in parecchie centinaia di esemplari (una tiratura media del secolo XV è nell’ordine di 500 esemplari), rispande a bisogni nuovi, mal soddisfatti dal libro copiato a mano, la cui fabbricazione resta individuale, lenta e costosa: quali ad esempio la domanda di libri da parte di ambienti laici più colti e di lettori più esperti; le attese inedite di una nuova spiritualità, ansiosa e motivata alla lettura delle opere di carattere religioso; e infine le nuove esigenze degli stati emergenti. Nel secolo XV, l’invenzione di Gutenberg è resa possibile da due serie di progressi tecnologici: da una parte, il perfezionamento della lavorazione ei metalli, acquisito in particolare dagli orafi tedeschi (Gutenberg stesso, figlio di un orafo, prima del suo ritorno a Magonza era stato membro della gilda degli orefici di Strasburgo); dall’altra, la moltiplicazione dei mulini per la fabbricazione della carta, sparsi per tutta l’Europa a cominciare dall’Italia, in cui i primi esemplari risalgono alla fine del secolo XIII.

La stampa dei testi con l’aiuto dei caratteri mobili non è una peculiarità europea. Prima della Germania, la Cina e la Corea erano al corrente del procedimento: in Cina, l’arte della stampa raggiunge il proprio apogeo sotto la dinastia Song, tra il secolo XI e il XIII; in Corea, i caratteri mobili di metallo vengono utilizzati per la prima volta nel secolo XIII.
Ciononostante, in nessuno di questi due paesi la stampa svolse il ruolo  che avrà in Occidente, forse perché l’immenso numeri di caratteri necessari (parecchie decine di migliaia) la riservava forzatamente alle pubblicazioni di stato. Sembra però che né Gutenberg, né coloro che negli stessi anni cercavano di mettere a punto la tecnica tipografica, fossero al corrente dei precedenti orientali.

Nel secolo XV, la nuova invenzione si diffonde rapidamente in tutta Europa, in un primo tempo perché i primi tipografi tedeschi erano ambulanti. Tra il 1452 e il 1470, la nuova arte si diffonde in nuove città della Germania, in quattro italiane, a Parigi, con il laboratorio della Sorbona (1470) e a Siviglia. Dieci anni più tardi, la stampa si è affermata temporaneamente o stabilmente in 108 città; nel 1500, in 226. All’epoca degli incunaboli (cioè prima del 1500) le botteghe europee hanno già stampato qualcosa come 35.000-40.000 edizioni, di cui più di tre quarti in latino. A quei tempi, capitale della stampa è Venezia, seguita da Roma, Parigi e Colonia; i tre baluardi della produzione del libro sono l’Italia (42% degli incunaboli), la Germania, (30%) e la Francia (15%).

Nel secolo XVI, la diffusione prosegue ma la produzione di concentra nelle città universitarie e nei grandi centri commerciali. Venezia continua a dominare il mercato del libro e Parigi conferma il suo rolo (tra il 1500 e il 1540, la produzione si è raddoppiata); compaiono però nuovi centri – Lione, Basilea, Aversa, Francoforte – e l’Europa tipografica comincia a spostarsi dall’Italia verso l’Europa settentrionale: in quelle regioni, l’invenzione di Gutenberg asseconda la diffusione dell’umanesimo e della Riforma.
Fonte: Atlante Storico Zanichelli
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Segni & simboli

segni-e-simboliDai fondamenti del disegno alla storia delle scritture, dalle simbologie mistiche alla segnaletica moderna, l’esperienza progettuale di un grande designer esplora i rapporti tra pensiero e segno.

Adrian Frutiger, nato a Interlaken (Svizzera) nel 1928, è uno dei massimi progettisti di caratteri tipografici.

Tra i molti realizzati in oltre quarant’anni: il famoso Univers, l’OCR-B (standard internazionale per la lettura automatica), il Méridien, il Centennial, e il Frutiger, con il quale questo libro è stato composto, uno dei caratteri oggi più diffusi. Ha progettato la segnaletica dell’Aeroporto Charles De Gaulle e quelle Métro di Parigi.
Segni & Simboli è stato pubblicato in tedesco (Der Mensch und seine Zeichen), in inglese (Signs and Symbols) e in francese (Des signes et des hommes).

Autore: Adrian Frutiger
Traduttore: Sabrina Magrini
Editore: Stampa Alternativa & Graffiti
Data di Pubblicazione: 1996
Pagine: 320
Formato: illustrato

Perché la forma di coppa?

Probabilmente è la domanda che in molti si pongono: perché gran parte dei trofei hanno la forma di una coppa? Qual’è il nesso tra la forma e la celebrazione di una vittoria? Apparentemente nessuno. Se andiamo però a cercare nei libri di storia troviamo che nell’antica Grecia i trionfatori dei giochi olimpici venivano incoronati con un serto di olivo e ricevevano in premio anfore d’olio. Un’anfora, un vaso in terracotta con due manici ad ansa e collo stretto.
Nell’immagine di seguito è possibile notare le grandi similitudini tra le varie tipologie di anfore ed alcuni dei i trofei sportivi contemporanei tra i più diffusi.

                                                                                                                                                                                                               
 
 
 
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Il design dei trofei

Con la finale del campionato del mondo di calcio (FIFA World Cup Brasil 2014) si assegna il trofeo più famoso in ambito sportivo: la coppa del mondo di calcio. Va ricordato che il designer del trofeo è un italiano, Silvio Gazzaniga. Infatti quando nell’aprile del 1971 la Fifa bandisce un concorso internazionale per la creazione di una nuova coppa, il maestro, che già aveva una lunghissima esperienza nella realizzazione di trofei sportivi, concepì la scultura meravigliosa che oggi tutti conosciamo.

Vederli in rassegna potrebbe essere un interessante spunto di riflessione per chi si occupa di design.
                                                     
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Pear to Pear Branding

La rivoluzione mondiale del download, soprattutto illegale, partì nel 1999 con il programma p2p Napster. In seguito i software per il peer to peer cominciarono a spuntare come funghi e con essi nacque la necessità di avere un’identità visiva ben definita.

A seguire una raccolta dei loghi più diffusi che hanno caratterizzato l’immagine dei programmi di file sharing. Alcuni ancora oggi graficamente accattivanti e attuali – quello di Napster per citarne uno – altri troppo didascalici e giocosi – il simpatico ciuchino di E-mule – altri ancora davvero troppo spartani – WinMX ad esempio. Ogni smanettone che si rispetti però ne ricorderà uno in particolare e, brutto o bello che sia, comunicativo o meno è rimasto affettuosamente e indelebilmente impresso nella memoria.

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Visual language. Il mezzo di comunicazione nascosto

visual-language-copertinaTutte le forme di comunicazione richiedono un linguaggio: non tutti i linguaggi si servono di parole.
Il linguaggio visivo è “l’impatto visivo immediato” di un oggetto di design.

Comunica sotto la superficie – indipendentemente dal messaggio trasmesso dal testo e dalle immagini.
Dobbiamo sapere cosa sta dicendo…

 

 

 

Autore: Peter Bonnici
Traduttore: Bombarda C.
Editore: Progetto Editrice
Data di Pubblicazione: 2000
Pagine: 160
Formato: illustrato

Dal carattere alla composizione

dal-carattere-alla-composizione21Un modo semplice di affrontare la grammatica della comunicazione visiva partendo, nel primo manuale, da alcune conoscenze fondamentali ad una buona composizione tipografica.
Per buona composizione non deve intendersi soltanto l’operazione manuale oppure digitale, di unire assieme alcune lettere dell’alfabeto sino a formare parole, frasi, periodi e concetti. Parlare di composizione vuol dire circoscrivere, evidenziandole, un insieme di operazioni che, partendo dalla scelta dei caratteri, arrivano all’architettura della pagina.
Il valore segnico della lettera, rivelato nel quaderno numero uno, trova più compiutamente significato nel secondo, dove gli esempi di “lettering” vanno a mescolarsi con facili esercizi di composizione.
Questi quaderni non sono, in ogni caso, raccolte di formule ripetibili bensì, più semplicemente, proposte di metodo di composizione destinate a non esaurirsi nella loro intenzionalità.

Dal carattere alla composizione
Giancarlo Iliprandi
Giorgio Lorenzi
Jacopo Pavesi
Edizione: Lupetti
Pagine: 160

World cup e UEFA Euro Championship

I campionati del mondo di calcio (FIFA World Cup Brasil 2014) si avvicinano e poiché tra trasmissioni TV, merchadinsing e quant’altro il branding è diventato sempre più centrale in tali manifestazioni, una carrellata sui loghi che le hanno rappresentate può essere un interessante spunto di riflessione. Una lunga storia ed evoluzione della “brandizzazione” nell’ambito della quale alcuni loghi hanno fatto storcere un po’ il naso ai designer, altri sono stati amati perché legati a emozionanti vittorie, altri ancora obbiettivamente gradevoli e tecnicamente funzionali. Diamogli uno sguardo e dato che ci siamo mettiamoci anche quelli delle varie edizioni del Campionato Europeo di calcio per nazioni.
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Arte e percezione visiva

arte e percezione visiva “Vedere” è un atto creativo; e il giudizio visivo non è contributo dell’intelletto successivo alla percezione ma ingrediente essenziale dell’atto stesso del vedere. Quanti, tuttavia, sanno prendere coscienza del giudizio visivo, e tradurlo e formularlo? Sapere quali sono i principi psicologici che lo motivano e quali sono le componenti del processo visivo che partecipa alla creazione come alla contemplazione dell’opera, significa sapere “che cosa”, in realtà, vediamo. Per “vedere” – in tal senso – l’opera d’arte, non occorre essere un artista o un psicologo: ma niente può essere prezioso quanto l’avvertimento di uno psicologo che è anche finissimo critico d’arte. Rudolf Arnheim fonda la sua trattazione sui più recenti principi della psicologia della Gestalt. Egli tende a opporsi al formalismo, riportando – con la costante esemplificazione di opere di pittura, scultura e architettura – la forma al significato e al contenuto, e suggerisce come se ne possano cogliere i più significativi moduli strutturali, approfondendo i problemi che si sono sempre proposti all’artista – equilibrio, forma, spazio, luce, colore, movimento – e analizzando le molteplici soluzioni dell’arte più remota a quella dei nostri giorni.

Arte e percezione visiva
Rudolf Arnheim
Collana: Campi del sapere
Pagine: 415

Brand di F1 in griglia

Una raccolta di Brand riguardanti il grande Circus della Formula 1; dai marchi che comprendono la FIA (Federazione Internazionale dell’Automobile) a quello che rappresenta lo sport della Formula 1 fino ad arrivare al marchio del campionato di Fomula 1 stesso (FIA formula 1 World Championship).
Ed inoltre i Brand delle scuderie, da quelle storiche come la Ferrari a quelle salite alla ribalta soltanto negli ultimi anni come Redbull e Force India; e ancora Brand che strizzano l’occhio ad uno stile vintage come Lotus F1 Team o altri con uno stile realmente d’altri tempi come Lola o Arrows. Ed infine i marchi dei circuiti: Monza, Silverstone, SPA, Baharain. Insomma anche la velocità ha una sua identità ben precisa.

 

 

Sport, federazione, campionato

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Scuderie

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Circuiti

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La maglia torna alle origini?

Nel calcio, come in altri sport, in epoca pionieristica le divise erano ricavate dall’abbigliamento d’uso comune (come camice e maglie in cotone) e riadattate ad una funzione diversa da quella per cui erano state concepite. Oggi c’è un filone del design che si piega alle regole del marketing e fa tornare le divise ad una funzione primitiva: indossarla fuori dal campo.
Un capo d’abbigliamento che si avvicina ad una polo, più semplice da portare e da abbinare e con un aspetto decisamente meno tecnico. Ovviamente senza che ciò non abbia innescato polemiche e perplessità.
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Restyling sì ma solo se realmente necessario

di Leandro Chianetta, Graphic Designer

La necessità di un restyling di un marchio si è spesso rivelata nel tempo essere indotta da bisogni differenti da quello che suggeriscono le regole per una corretta Brand Identity. Infatti, almeno in teoria, un marchio andrebbe modernizzato soltanto in presenza di evidenti limiti tecnici e comunicativi.

Tecnicamente è infatti consigliabile, in fase di progettazione, fare le consuete prove di leggibilità in modo da essere ragionevolmente certi che sia declinabile sui supporti materiali e multimediali più comuni. Progettare in modo che in riduzione il marchio-logotipo mantenga la sua leggibilità potrebbe tornare utile dove si presenta il bisogno di brandizzare dei gadget o altri materiali dove il ridimensionamento potrebbe renderlo poco leggibile se non addirittura irriconoscibile (questo è soltanto uno dei tanti esempi di prove sulla leggibilità).

Ma come detto, oltre l’aspetto tecnico, c’è anche quello comunicativo e strettamente concettuale; infatti ci sono marchi che non funzionano perché evidentemente non veicolano il messaggio nella maniera giusta o sono poco intuitivi. Ad esempio utilizzare il viola – colore spesso associato al concetto di mistero – ad uno studio medico – che richiede una cromia che ispiri fiducia e professionalità – potrebbe richiamare idee fuorvianti per quel Brand.

Va inoltre aggiunto che spesso per motivi di marketing pur di produrre un riscontro immediato si agisce sulla Brand Identity che invece dovrebbe essere la costante, l’identità che nel tempo rimane riconoscibile per valori ed immagine.

Restyling sì, restyling no, proviamo a fare qualche esempio.

AS ROMA, sì ma con qualche piccola riserva

Recentemente il restyling del marchio della AS ROMA ha suscitato diverse polemiche; una rivisitazione però che per quanto discutibile per il pubblico (che magari è nostalgicamente affezionato ad un’iconografia ormai entrata nell’immaginario collettivo) potrebbe risultare plausibile al professionista.

Nell’insieme è un restyling sensato anche se certamente criticabile in alcune sue parti; ad esempio la stilizzazione della lupa capitolina – per quanto giusto il concetto di graficizzare maggiormente il segno per facilitarne la riproducibilità –  forse necessitava di una semplificazione più esasperata per essere leggibile a piccoli formati. In ogni caso rispetto al precedente disegno – che era una foto vettorializzata (nell’immagine quello degli anni ’90) –  il miglioramento è evidente.

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Le altre motivazioni, di natura comunicativa e di marketing  sono condivisibili e riportate qui di seguito.

“[…] L’evoluzione del disegno
L’AS Roma vanta un valore del Brand che di gran lunga supera quello di quasi ogni altra società nel panorama sportivo europeo. Il Club, con grande attenzione, ha deciso questa evoluzione del logo per riflettere il passato rappresentando il futuro.

1) ROMA – La città di Roma è conosciuta ed ammirata in tutto il mondo. Per rappresentare in maniera appropriata l’ineguagliabile legame che unisce il Club e la città, il monogramma ASR è stato sostituito dal nome della città di Roma.

2) 1927 – Il Club ha uno straordinario rispetto per la propria storia e per le imprese dei suoi calciatori. Nella stagione 2012/2013 l’AS Roma ha presentato la prima Hall of Fame in Italia e al fine di rendere ulteriore omaggio al patrimonio della Società ha apposto il proprio anno di fondazione nel logo ufficiale.

3) La Lupa Capitolina – Questa icona è diventata più forte, maggiormente essenziale nei tratti e più moderna: una nuova Lupa per una nuova era. La Lupa ed i gemelli sono ora raffigurati con un tocco tridimensionale al fine di rappresentare meglio l’importanza del marchio, a Roma e in ogni parte del mondo.

4) Carattere – Il carattere Trajan Pro utilizzato nell’aggiornamento del logo si sposa in maniera ideale con la sagoma tradizionale del crest. E’ semplice e forte, una evoluzione moderna di un classico. Un secondo carattere complementare – l’Helvetica Neue Light – comparirà in tutte le comunicazioni del Club. […]”


MUSEO MADRE, proprio no!

Se la necessità di fondo del Museo Madre era segnare un cambiamento significativo rispetto alla precedente gestione perché il restyling della Brand Identity? Il marchio precedente infatti – quello a sinistra –  era ben fatto tecnicamente, concettualmente ed esteticamente; inoltre aveva una buona resa su cartaceo e multimedia.

Tra le cose che non funzionavano perchè cambiare l’unica che funzionava benissimo?  insomma un po’ come andare dal meccanico con il motore in panne e sentirsi dire: “dobbiamo rifare anche la carrozzeria“.

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L’approccio giusto, se si voleva dare una svolta e far percepire il cambiamento, era riprendere la comunicazione esistente, apportare qualche miglioria dove possibile  e strutturare una campagna pubblicitaria adeguata che veicolasse il messaggio di novità . Concettualmente  dire “Siamo sempre noi,manteniamo la nostra identità (quindi logo vecchioma ci stiamo rinnovando e cambiando” (qui doveva entrare in gioco la creatività nonché l’esperienza dello studio che si è occupato del restyling).

Ma ci sono anche altri esempi di Brand più o meno importanti che sono stati spesso snaturati pur non essendoci una reale necessità di cambiamento. Se un Brand ha bisogno di nuova linfa vitale il più delle volte basta pianificare una buona compagna di comunicazione e che sia strutturata su idee creative; invece il restyling è diventato una moda, una consuetudine trandy che nulla ha a che vedere con le regole di base per una corretta ed efficace Brand Identity.

Insomma restyling sì e non perché sembra essere diventata una moda ma solo se realmente necessario.

Principi universali del design

principi universali del designChe si tratti di una campagna pubblicitaria o di una mostra allestita in un museo, di un videogioco o di un sistema di constrollo complesso, il design odierno rappresenta una summa di concetti e di applicazioni provenienti da svariate discipline. Da sempre i designer si sono trovati costretti a consultare diverse opere di riferimento allo scopo di reperire le informazioni e le competenze necessarie per realizzare un progetto efficace. Fino ad ora.

Principi universali del design costituisce la prima opera di riferimento interdisciplinare dedicata al design. Riccamente illustrato e di facile consultazione, il libro integra chiare spiegazioni dei principi teorici fondamentali con fotografie, disegni e schemi che ne esemplificano l’applicazione in maniera efficace. La “regola del 80/20”, il “chunking”, la “propensione per i volti infantili”, il “rasoio di Occam”, L'”auto-somiglianza” e la “narrazione” sono solo alcuni dei 100 principi di design più importanti e diffusi, grazie ai quali i lettori potranno approfondire le proprie conoscenze in materia.

L’opera è destinata a diventare un riferimento imprescindibile per designer, ingegneri, architetti e studenti che desiderano ampliare e migliorare le proprie competenze di design.

Brand Identity - nuovi scenari

di Leandro Chianetta, Graphic Designer

Un segno con il quale presentarsi, riassumersi ed infine riconoscersi. Ecco in tre parole le principali esigenze che un brand aziendale deve soddisfare: affascinare all’impatto, parlare di sé, creare identificazione.
Il brand, “questo conosciuto”, affonda le sue radici in una storia molto lontana, che inizia laddove sorge il primordiale bisogno umano di esprimersi. Segni, simboli, firme e marchi di fabbrica tutti a soddisfare un unico e urgente bisogno: quello di comunicare e lasciare traccia della propria identità.

Ore di studio e di progettazione, rimandi ed evocazioni attraverso i quali i brand designer ci informano che se oggi un logo ha un senso, è perché esso si basa su secoli di storia di segni e simboli. Un logo, uno di quelli che si rispetti, non va semplicemente visto, ma letto. A tal proposito mi è capitato di imbattermi in una curiosità interessante, notando il simbolo araldico sulla tastiera Apple… Questo simbolo ⌘ che rappresenta un nodo, detto Nodo di Salomone, è utilizzato di frequente anche nell’araldica inglese nonché nella cultura nord europea, per indicare i cosiddetti punti di interesse.
Ma oggi che tutto è stato detto e fatto, oggi che il mondo intero è stato bollato, è davvero lecita l’affermazione di Simon Manchipp “Logos are dead”. Qualcuno risponde che basta trovarsi al centro della pioggia di luci di Times Square per capire che oggi il brand è più grande e più potente che mai.

Forse la riflessione è un’altra. Probabilmente è terminata l’era di concepire il brand così come lo abbiamo sempre fatto. Nel brand design era pratica usuale nella progettazione di un logo quella di adattarlo a diverse declinazioni: un manifesto gigante, piuttosto che una carta intestata o un biglietto da visita. Oggi i supporti si sono moltiplicati, la declinazione si apre al digitale e l’azienda ha la necessità di comunicare la sua identità virtuale per non perdere la coerenza comunicativa. Profili social, siti web, applicazioni per smartphone e tablet: anche le icone che identificano l’applicazione devono essere brandizzate correttamente. Sono dunque i confini della brand identity che si sono ampliati ed una progettazione seria non può non tenerne conto. Ogni designer consegna al cliente un “manuale di corporate identity”: un insieme di documenti che tramanda e fissa il sistema di identità visiva che regola i campi e le modalità di applicazione del marchio aziendale. Nelle diverse versioni del marchio, nei caratteri tipografici e nella regolamentazione delle comunicazioni vi sono delle specifiche che comunicano l’azienda al mercato.

Ma oggi il palcoscenico sul quale va in scena il brand è cambiato e bisogna adeguarsi.
Oggi nel manuale di corporate identity bisognerà includere una sezione dedicata alle declinazioni device di vario genere e progettare una vera e propria digital identity, per non generare confusione e improvvisazione in coloro che dovranno gestire l’immagine digitale dell’azienda.
Questa è la teoria. Ma nella pratica i clienti dovrebbero confrontarsi con un noioso manuale di numerose pagine da riuscire a codificare e mettere in pratica… Come regolarsi allora? Adottando un approccio smart, prevedendo tutti i possibili utilizzi secondo le peculiarità e gli obiettivi del brand e, non ultima, un’alfabetizzazione del cliente in tal senso.

Web Marketing per le PMI
Fare business con SEO, email marketing, Google, Facebook & co.

web marketing per le PMI copertina libroIl sito internet, i motori di ricerca, Facebook, Twitter, YouTube, le email: sono alcuni degli strumenti di web marketing che permettono alle Piccole e Medie Imprese di emergere, farsi trovare e raggiungere nuovi clienti in Italia e all’estero. Ma come sfruttare appieno le opportunità di business offerte da Internet? Come usare il web per uscire dalla crisi, innovare e competere? Come investire nel mix di azioni migliori? Questo manuale guida, passo dopo passo, nel definire il piano di web marketing, presenta gli strumenti e i segreti per ottenere buoni risultati ed evitare delusioni, spiega in modo semplice e diretto come orientarsi tra termini tecnici in inglese e novità del mercato. Pensato per imprenditori, responsabili marketing e commerciali, studenti o professionisti che si stanno avvicinando a questo settore, “Web marketing per le PMI” è arricchito da esempi, casi di successo e testimonianze di imprenditori e marketing manager che hanno usato con successo Internet per far conoscere l’azienda e migliorare il loro business.

Perché investire in web marketing – Definire gli obiettivi e la strategia – I contenuti: scrittura per il web, video e immagini – L’abc per un buon sito web – Promuoversi nei motori di ricerca – Il display advertising: banner e non solo – L’email marketing: newsletter ed email 2.0 – I social media: facebook, twitter, youtube & co. – Web reputation e PR online – Il mobile: applicazioni, iPhone, Android e tablet – La web analytics: l’importanza delle statistiche – Le basi dell’usabilità – Altri strumenti nella cassetta degli attrezzi – Funziona davvero: casi di successo – Cinque cose da fare subito – Glossario.

L'Italia che inventò il personal computer

Personal Computer: Adriano Olivetti, precursore e visionario

Olivetti anticipò la filosofia di lavoro che si applica oggi al “Googleplex” (la sede di Google è una struttura che comprende servizi e luoghi di ritrovo per i dipendenti come ad esempio ambulatori medici, bar e una sauna).
La stessa Olivetti inventò il Personal Computer 15 anni prima di Gates e Jobs. Nel 1975 infatti alla fiera di Hannover Olivetti presenta il P6040 un personal computer basato su processore Intel 8080 ben prima del colosso IBM.

Poichè non tutti sanno di questa ennesima eccellenza italiana mancata segnalo dei link per chi volesse approfondire l’argomento

Quando Olivetti inventò il pc

1965. Durante una fiera a New York, l’Olivetti espone la ‘Programma 101’, il primo personal computer della storia.

Un’utopia chiamata “Olivetti”

Un puntata di “Rai Storia” dedicata ad Adriano Olivetti

“Chi era Adriano Olivetti? Un sognatore, un utopista, o era invece un grande imprenditore, capace di portare la piccola azienda di famiglia a competere alla pari con i giganti del mercato mondiale della sua epoca? Sicuramente era una figura scomoda e considerata da molti ingombrante, sia come concorrente industriale che come portatore di un modello sociale per certi versi “rivoluzionario
Quello di Adriano Olivetti era un sogno industriale, che certamente mirava al successo e al profitto, ma anche un progetto sociale che implicava una nuova relazione tra imprenditore ed operaio, oltre ad un nuovo rapporto tra fabbrica e città. ”. ”

Informatica: un’occasione perduta

Un libro nel quale vengono ricostruite le vicende che portarono alla cessione della Divisione Elettronica Olivetti.
Tecnologia, management, finanza e politica industriale si intrecciano nell’appassionante storia della Divisione Elettronica Olivetti: era un “neo da estirpare”, come sosteneva Valletta?

Per acquistarlo clicca qui

Dettagli del libro
Titolo: Informatica: un’occasione perduta. La divisione elettronica dell’Olivetti nei primi anni del centrosinistra
Autore: Lorenzo Soria
Editore: Einaudi
Collana: Serie politica
Data di Pubblicazione: 1979
Pagine: VI-150

Citazioni in tema di design

Bisogna sempre rinunciare alle regole, se si vuole raggiungere il fondo della propria arte. Ma bisogna prima possederle, le regole, per poterle scavalcare.
Jean Guitton

La linea retta è la prima configurazione lineare concepita dalla mente.
(Arte e percezione visiva)

Tutte le forme di comunicazione richiedono un linguaggio: non tutti i linguaggi si servono di parole.
(Visual language. Il mezzo di comunicazione nascosto)

Un segno va considerato come dotato di un’esistenza indipendente quando il suo significato visivo è inequivocabile.
(Segni & simboli)

La retta rappresenta la forma più concisa dell’infinita possibilità di movimento.
(Punto, linea e superficie)

Fare del proprio meglio. Rifare. Ritoccare impercettibilmente ancora questo ritocco. Correggendo le mie opere, correggo me stesso.
Marguerite Yourcenar

Brand e panini

Introduzione delle sponsorizzazioni sulle maglie e negli album delle figurine panini

 

At vero eos et accusamus et iusto odio dignissimos ducimus qui blanditiis praesentium voluptatum deleniti atque corrupti quos dolores et quas molestias excepturi sint occaecati cupiditate non provident, similique sunt in culpa qui officia deserunt mollitia animi, id est laborum et dolorum fuga. Et harum quidem rerum facilis est et expedita distinctio. Nam libero tempore, cum soluta nobis est eligendi optio cumque nihil impedit quo minus id quod maxime placeat facere possimus

 

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Et harum quidem rerum facilis est et expedita distinctio. Nam libero tempore, cum soluta nobis est eligendi optio cumque nihil.

At vero eos et accusamus et iusto odio dignissimos ducimus qui blanditiis praesentium voluptatum deleniti atque corrupti quos dolores et quas molestias excepturi sint occaecati cupiditate non provident, similique sunt in culpa qui officia deserunt mollitia animi, id est laborum et dolorum fuga.